mercoledì 16 gennaio 2013

Siamo su SudLook :-)



http://www.sudlook.it/



Come e quando è nato il tuo primo progetto?
A sette anni ho trasformato una scatola di scarpe di mio nonno in una casa per le bambole. Il progetto Duediquadri è nato molto più avanti negli anni, dopo la laurea all’Accademia di Brera di Milano, ma ha molto in comune con quelle prime esperienze dell’infanzia. Penso che la creatività consista in una strategia di sopravvivenza, di adattamento agli ostacoli che incontriamo nel quotidiano. Così come da piccola mi annoiavo nella casa senza giocattoli dei nonni e mi trovavo costretta a inventarne di nuovi, allo stesso modo dopo la laurea, non trovando un lavoro a me congeniale, ho dovuto crearne uno ex novo a partire dalle risorse che avevo a disposizione.
Da cosa ti lasci ispirare?
Da tutto quello che mi circonda, ma anche da quello che guardo da lontano… L’ispirazione è in parte inconscia (involontariamente ci finisce dentro tutto il nostro vissuto) e in parte conscia (costituita da ciò che più ci attira e da ciò che perseguiamo come obiettivo). Io sono profondamente attratta dal mondo infantile, nonostante i miei prodotti non siano principalmente rivolti ai bambini. Mi interessa quel periodo breve della vita in cui tutto è sorprendente e i pregiudizi nei confronti del mondo non hanno preso del tutto forma. Mi piace ispirarmi alla metodologia di gioco dei bambini, usare il “facciamo finta che” come domanda generatrice di ogni nuovo progetto. Lavorando con i bambini mi sono accorta di come per loro sia facile staccarsi da quelle che per noi sono certezze, verità inossidabili… metto un mantello sulle spalle ed ecco che per loro non sono più io ma una strega in carne ed ossa. Allo stesso modo vorrei tenermi allenata per smontare ogni giorno le mie certezze, vorrei che il mio lavoro non si fossilizzasse diventando qualcosa di sempre uguale a sé stesso… credo che questo sia un obiettivo importante per qualsiasi designer (e anche nella vita quotidiana non è da sottovalutare).

Quali sono i tuoi pezzi preferiti?
Tempo fa ho realizzato delle “collane amuleto” con dei personaggi inventati da me, realizzati in stoffa imbottita e dipinta a mano. I due a me più cari erano “Luigi prodigatore di prodigi (per chi vuole scacciare i giorni grigi)” e “Camilla fatti una camomilla (per chi vuole una vita sana e tranquilla)”.
Amo molto anche tutta la serie ispirata al cinema muto
, realizzata con le mie illustrazioni; sono felice di celebrare con il mio piccolo lavoro da artigiano un artista immenso che mi ha regalato tante emozioni, Buster Keaton.
Usi i social networks per farti pubblicità?
Assolutamente sì, sono un mezzo potentissimo che consente di entrare facilmente in contatto con persone anche fisicamente distanti. Io ho un account su facebook  (http://www.facebook.com/duediquadri), uno su Pinterest (http://pinterest.com/duediquadri/) e un blog (http://duediquadri-duediquadri.blogspot.it/).
Anche se è innegabile il riscontro pubblicitario che si può ottenere usandoli, secondo me è importante tenere sempre a mente che questi mezzi non nascono con questa finalità, ma con quella principalmente “social” appunto. Sono profondamente infastidita da chi invece li usa come mezzo a senso unico e promozionale e da chi “tagga” a sproposito. Per questo io li uso come delle finestre attraverso le quali chi ne ha voglia può conoscermi meglio, vedere più da vicino il mio lavoro, farmi delle domande… e così faccio io con gli altri. Uno degli aspetti positivi di un brand di design artigianale autoprodotto è proprio che il designer ha un volto, non è solo un marchio astratto. Le persone che vogliono entrare in contatto con Duediquadri hanno la possibilità di comunicare con una persona fisica che “ci mette la faccia” e accorcia le distanze anche parlando di aspetti inerenti la vita privata e non solo quella lavorativa.
Qual è il target al quale ti rivogli maggiormente?
In questo momento i miei prodotti sono destinati ad un pubblico prevalentemente femminile a cui non saprei attribuire però un’età biologica. Diciamo che le mie creazioni sono rivolte a chi come me (indipendentemente dai capelli bianchi) conserva gelosamente un’anima bambina e a chi sa guardarsi con un pizzico d’ironia.
Quali sono le sfide più dure alle quali sono sottoposti i designer emergenti e come si possono superare?
La sfida più impegnativa è sicuramente quella dell’originalità. Bruno Munari, che io considero il mio maestro, diceva sempre che “il design non ha stile”, nel senso che non dovrebbe mai seguirne uno ma proporne uno del tutto nuovo. Naturalmente quando si rivolge ad un mercato, che spesso è permeato da meccanismi di tendenza e di emulazione, il designer che persegue il nuovo ha delle difficoltà a trovare un immediato riscontro economico. Credo che la soluzione da sperimentare sia sempre quella di un giusto compromesso all’interno del quale si riesca a mantenere sempre vivo l’interesse per la sperimentazione, la novità, il superamento dei limiti imposti dal gusto comune.
Progetti futuri?
Da poco ho aperto con il mio compagno un nuovo atelier-laboratorio e sono davvero molto felice perché è quello che ho sempre sognato: uno spazio grande, rimodulabile, destinato non solo al lavoro in solitaria ma anche alla realizzazione di corsi, laboratori che coinvolgano adulti e bambini in tante attività formative legate alla manualità, all’espressività artistica e al mondo dell’autoproduzione.


4 commenti:

  1. che bell'intervista!!!! Condivido il tuo punto di vista sui social network e ti faccio un in bocca al lupo per i tuoi progetti futuri!!!!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie cara, in bocca al lupo anche a te! Ti abbraccio!

      Elimina
  2. Congratulazioni!!
    Vado subito a leggere!!

    RispondiElimina